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Chi ha accettato la morte non le va più incontro

La morte e l’assurdo

Sei ore delle vita di Giulio

Sei ore delle vita di Giulio

“Morire davvero, sapendo che non ci sarà altro, senza espedienti o giochi a metà.

Accettare, o, più ancora, offrirsi completamente all’inevitabile.

E se dopo di ciò si è ancora in vita, come in questo frangente, resta il dono di un’esistenza accolta come regalo.

Tanto nessuna vita è garantita; è sempre comunque un dono, un’incertezza.

Poi la curiosità può intonare altre nuove vicende, o la noia giustificare il riposo.

Lottare semplicemente per sopravvivere, invece, non permette nessuna curiosità.

E solo la curiosità, per esistere, è ciò che conta.

Ma il timore, il dubbio e il conflitto attribuiranno a tali parole il sapore dell’impostura, la fraudolenza del raggiro.

Non è assurdo

che a un certo punto tutto finisca,

poco importa se all’improvviso o lentamente?

Non è assurdo,

rispetto ai nostri desideri,

alle nostre permalosità,

alle nostre identità inattaccabili,

eppure così subito spente da un qualsiasi gesto distratto,

così radicalmente annientate da un imprevisto,

la morte,

tanto per dire,

che non avremmo mai potuto credere ci riguardasse?

Come tutto diventa assurdo di fronte alla morte!

Amare…,

con la convinzione che fosse la cosa più importante,

quella donna, o quell’uomo.

E non era altro che un gioco dei sensi a cui si era dato troppo valore.

Un passatempo scambiato per serietà.

Che assurdo!

Impegnare la vita nello sforzo di raggiungere traguardi,

che, nel tempo, nessuno più vede.

E credere di non averli mai raggiunti,

senza accorgersi

di averli già superati da tanto,

perché da tanto avevano cessato di esistere.

Anche questo è assurdo.

Preoccuparsi della propria immagine,

e perdere se stessi,

nell’affanno di compiacere,

di avere riscontro.

Mentre nessuno può renderci ciò che perdiamo di noi

nel vano tentativo di trovarlo attraverso gli altri.

Che assurdo!

E non è assurdo sacrificare l’esistenza nel rispetto delle convenzioni, del potere, del denaro.

Solo perché “sennò si muore, non si sopravvive”?

E sopravvivere senza esistere non è altrettanto assurdo che morire?

È assurdo ostinarsi a scapito di qualsiasi disconferma, e in difesa solo di disvalori.

L’ipocrisia di sorrisi, gesti e parole, che non dicono niente, e che comunque fanno trasparire un significato inespresso, tipo: “non so perché siamo qui e insieme, fingiamo che abbia un senso”, quando non c’è nessun senso da cogliere, salvo quello dell’assurdo.

La lordura di un amplesso d’accatto, consumato nello squallore di luoghi appartati,

fuori luogo, soprattutto,

e fuori tempo in assoluto,

in un’intimità senza esclusiva,

per un piacere che è solo sordida e penosa scarica di infime sensazioni.

Non ci sarebbe bisogno di dirlo quanto tutto ciò possa essere assurdo e insensato

Forse, allora, di fronte a tanta assurdità, si potrebbe riavvalorare il senso della sopravvivenza.

Questa, almeno, ha un significato chiaro, semplice, inconfutabile.

La morte non è solo alla fine, ci accompagna fin dall’inizio.

E dunque, chi continua a vivere è soltanto un intruso, che dovrebbe essere già morto, e lo sarà prima o poi.

Così il vivente, che ha capito di essere un intruso, cerca di nascondersi bene, nella paura di essere scacciato, una volta scoperto.

Cerca affannosamente di resistere, come qualsiasi condannato a morte, fintantoché non si avvede anche dell’assurdità del resistere.

Fintantoché non è in grado di riderne, e dileggiare, e farsi beffa di tanta assurdità.

E solo a quel punto,

quasi inaspettatamente,

solo che se ne renda conto, e voglia farlo,

può cominciare a giocare con l’insensatezza,

e divertirsi, in modo assurdo, di questa esistenza sopravvalutata.

Chi ha accettato la morte non le va più incontro.

Capisce l’assurdità della vita, e gioca, perché nel profondo sa che è già morto, nello stesso momento in cui è nato”

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Massimo Adolfo Caponeri

Massimo Adolfo Caponeri

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