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Ma quante vite abbiamo? Quante vite siamo? Gli uomini della psiche, forse, sono venuti nel mondo anche, o proprio, per rispondere a queste domande, per farci scoprire che tutto ciò che pensiamo e crediamo di essere è ai confini di un’illusione.

Quale tempo separa il germoglio dal fiore, dall’albero, dal frutto? Quale tempo separa il nostro essere adulti, maturi, dall’infanzia che siamo stati e che ancora siamo?

Dunque gli uomini della psiche debbono essersi affacciati nell’Universo, perché l’anima del mondo non voleva più saperne di essere assolta con tre pater ave gloria; voleva sapere chi era, non sentirsi straniera nel suo mondo, non essere in balia dei bigottismi religiosi. L’anima voleva conoscere la vita, la morte, il confine sottile tra una e l’altra e per questo cercava qualcuno che sapesse guardare dentro, ma con l’occhio libero dell’esploratore, senza dogmi. Per questo mi piace credere che siano nati gli “uomini della psiche”….

Ho sempre pensato che un uomo o una donna, per così dire, “della psiche”, che non cercano di esplorare le leggi dell’anima, abbiano smarrito la loro funzione, abbiano perduto il senso, l’essenza. E questo libro, bellissimo, di Massimo Adolfo Caponeri, mi conferma che, dentro un uomo che lavora veramente con la psiche, c’è sempre uno scrutatore profondo delle cose della vita.

Gli psicoterapeuti, gli psichiatri, gli psicoanalisti svolgono appieno le loro funzioni solo se si siedono su una visione cosmica della vita….

Ci vogliono occhi liberi, a volte cinici, per vedere l’inconsistenza di tutti i nostri cerebralismi, quando guardiamo la vita, quando ripensiamo agli amori, quando analizziamo i nostri sensi di colpa, le gioie, le sconfitte, i ricordi. Occhi lucidi e occhi cosmici: non c’è in questo romanzo un personaggio che non alluda all’invisibile, alle leggi cioè che “fanno” la vita che vediamo e che siamo.

Non c’è niente di veramente nostro, niente; e Caponeri lo sa come nessuno. Siamo qui e altrove, siamo in un tempo conosciuto e nel tempo di tutti i tempi: ma se il tempo è qui e altrove chi siamo noi che guardiamo l’orologio? E così Caponeri: che si sente Taoista, che legge Qohelet, che esalta la funzione cosmica del presente, come unica voce dell’anima. Un presente che si dilata nella contemplazione – come dice la mistica – verso l’infinito e che si restringe nei pensieri che pensano l’essere che siamo.

Eppure viviamo tra i pensieri che ragionano sull’essenza e sulla vita che scorre, quasi del tutto a nostra insaputa.

Noi non possiamo che esistere; occuparci dell’esistenza è l’unica cosa in nostro potere, la nostra semplicità. Tutto il resto ci trascende; ed è misterioso e irraggiungibile, perché non ci appartiene”.

Così il lavoro di Caponeri è imperniato sulle leggi, sui codici, dell’anima. Sulle leggi dell’apparire e dell’impallidirsi delle cose, sulla coscienza, che è l’unica certezza che osserva il mondo. E in tutto questo scorre libera l’osservazione di Teodoro, il personaggio che incarna il sapere delle cose qualsiasi e contemporaneamente dell’assoluto, il sapere dell’ineffabile, tutto di sapore taoista, ben lontano da quello convenzionale delle religioni e della scienza.

E i miracoli… che bisogno ce n’è? Non ti sembrano miseri fenomeni da baraccone, di fronte alla grandiosità di una forza che ha fatto, ed è, tutto l’universo?

Teodoro dice che “non crede in niente” ma conferisce al nulla la stessa saggezza, che gli riconosce il taoista.

Capisco che esiste una forza formidabile e misteriosa, che non si occupa né della vita né della morte così come possiamo intendere noi, e non è né buona né cattiva: semplicemente è. Non può essere interessata alle nostre piccole vicende, ma solo al suo manifestarsi, al suo realizzarsi, sia pure anche attraverso le nostre piccole vicende. In questo senso arriva a riguardarci, perché ne siamo permeati anche noi. Ma è indifferente rispetto al modo in cui la utilizziamo. Quello che è distrutto oggi genererà qualcosa in seguito. E la forza continuerà comunque a propagarsi. Se vuoi puoi chiamarla Dio, ma anche come Dio è indifferente”.

Quante vite abbiamo, dunque? Quanti mondi esistono?

Se ce lo ricordiamo, irrompe la magia nella nostra esistenza, dove tutto è possibile, il prima e il dopo, dove l’eterno scandisce la sua danza. Tutto questo, Massimo, ci racconta; e ci richiama alla suspense che c’è in ogni giornata della vita, dove non sappiamo come andrà veramente a finire, quali incontri arriveranno, quali destini incroceremo e aspettiamo la notte per vedere cosa succede, quale magia può arrivare.

Così questo libro ci attrae e ci spinge a proseguire fino alla fine, ci chiama verso l’ultima pagina, perché in ogni pagina il mistero si infittisce, perché il mistero ci chiama all’allargamento della coscienza, a una visione più larga, dove le cose sono come sono e dove le immagini hanno la stessa consistenza della materia del reale. Mistero-magia-eternità sono le tre voci che chiamano il protagonista del racconto, Giulio.

Chissà quante volte avranno chiamato Massimo? Forse tutti i giorni, ogni minuto, ogni secondo. Per forza, è un “uomo della psiche”.

Raffaele Morelli

Direttore della rivista “Riza Psicosomatica

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